A volte l’inclusione smette di essere uno slogan e diventa qualcosa che si può vedere, toccare, vivere. È quello che è successo a Catania, nel locale Cutilisci, dove cinque ragazzi con disturbo dello spettro autistico hanno lavorato per una sera fianco a fianco con lo staff, tra cucina, sala e banco.
Non un laboratorio simulato, ma un’esperienza vera. Ritmi, responsabilità, collaborazione. Tutto quello che significa lavorare davvero.
L’iniziativa nasce all’interno delle attività della Cooperativa Sociale “Altro Modo”, impegnata nel costruire percorsi di autonomia e inclusione per persone autistiche. Un lavoro quotidiano che parte dall’educazione e arriva fino all’inserimento sociale e professionale.
I protagonisti dell’esperienza, giovani tra i 22 e i 31 anni, sono stati coinvolti in ruoli diversi, scelti in base alle loro capacità e inclinazioni: chi in cucina, chi in sala, chi a contatto diretto con i clienti. Un modo concreto per valorizzare le competenze individuali, senza forzature.
Il progetto, come spiega la pedagogista e presidente Giorgia Curcuruto, nasce da un’idea semplice ma potente: offrire strumenti reali per costruire autonomia. Il primo passo è stato un corso base di panificazione, che ha permesso di osservare da vicino attitudini e interessi dei ragazzi.
Da lì, il passaggio successivo è stato naturale: uscire dal contesto formativo e misurarsi con il mondo del lavoro. Quello vero.
Determinante anche il coinvolgimento di realtà imprenditoriali sensibili, come Cutilisci. La manager Claudia D’Antoni parla di un’esperienza “a doppio senso”: se da un lato i ragazzi hanno avuto un’occasione concreta di crescita, dall’altro il team del locale ha vissuto qualcosa che va oltre il lavoro, lasciando un impatto umano forte.
Ed è proprio questo il punto. L’inclusione funziona quando smette di essere teorica e diventa pratica quotidiana, fatta di occasioni, fiducia e apertura.
Il progetto è sostenuto anche da finanziamenti dedicati all’autismo e si inserisce in una visione più ampia: creare opportunità lavorative, diffondere consapevolezza sui disturbi del neurosviluppo e costruire contesti sempre più accessibili.
Perché, alla fine, il messaggio è semplice, non servono rivoluzioni, spesso basta adattare poco per permettere molto.
E quella di Cutilisci non è solo una bella storia, è un esempio concreto di come le cose possono funzionare davvero.




