NUOVO ALLORO PER STAI FERMO LÌ E DIRITTI UMANI VIOLATI
“Miglior cortometraggio e primo posto per Stai fermo lì di Clementina Speranza”, annuncia con enfasi Concetto Sciuto, conduttore del III Memorial Piero Iuvara Short Film Fest Contest insieme a Francesca Calì. Un lungo applauso celebra non soltanto la qualità di un documentario, ma una testimonianza che attraversa i confini dell’Iran e arriva fino alla Sicilia per raccontare di diritti umani violati e il prezzo della libertà. Il documentario girato e diretto dalla giornalista e regista Clementina Speranza ha saputo, infatti, conquistare e commuovere la platea con la sua potente denuncia sui diritti umani negati, in Iran e poi ancora adesso in Germania.
Clementina Speranza ha presentato una versione inedita di 15 minuti, ritagliata e rimontata insieme a Nino Carè, tratta dall’originale pellicola di 60 minuti in cui il protagonista è Babak Monazzami. Un giovane persiano con una forte somiglianza con Johnny Depp e volto noto in Italia nel 2009 quando è uscito il video musicale girato dal famoso regista Riccardo Morbioli per il brano Stai fermo lì di Giusy Ferreri, canzone scritta da Tiziano Ferro e Roberto Casalino. Babak parla 6 lingue, è colto, è un mediatore di pace, è naturopata e un artista poliedrico: è stato presentatore di un programma di viaggi in Tv e ha iniziato a vendere a Roma i suoi primi dipinti. Suoi i quadri presenti nel documentario e la copertina del film che presenta un suo autoritratto.
In Stai fermo lì è Babak a raccontarsi con il pudore di chi porta addosso ferite ancora aperte. Racconta tanti episodi della sua vita in modo garbato, senza spettacolarizzazioni. Il documentario comunica messaggi di pace, di speranza, di perdono, invita a guardare avanti. I racconti di Babak si soffermano anche sulla decisione molto sofferta di chiedere asilo politico. Non la descrive come una conquista, ma come una rinuncia. “Del resto, cosa pensereste se vi dicessero che per salvarvi la vita non potrete più tornare nel vostro Paese, nella vostra città, nei posti del cuore, e non potrete più vedere le persone amate?”, chiede Clementina Speranza rivolgendosi alla platea alla fine della proiezione.
“Babak sogna un giorno di poter tornare nella sua terra nonostante quello che ha passato, e questo suo sogno mi ha colpita tantissimo – ha commentato Adriana Lanzafame, cognata di Piero Iuvara –. Clementina ha saputo trasformare una ferita in arte. Con sensibilità, rispetto e forza ci ha fatto entrare in un’esistenza sospesa tra radici e lontananza, e ci ha ricordato quanto sia urgente ascoltare chi non ha voce. Per questo il primo premio è più che meritato. Grazie Clementina, per le grandi emozioni che ci hai regalato e per l’ammirazione che il tuo lavoro ha acceso in tutti noi”.
La sala era gremita nella Delegazione Comunale di Massannunziata (Mascalucia, Catania) in occasione della terza edizione del festival dedicata ai cortometraggi per riflettere sulla natura poliedrica di Piero Iuvara. Classe 1950, mancato nel 2022, poeta, giornalista e apprezzato commediografo, ha pubblicato tre raccolte di versi e numerosi racconti e reportage di viaggio, e ha realizzato tre cortometraggi.
Stai Fermo lì si è confrontato con 4 film: I Miricani (Regia di Dan Strano), La fame negata (Regia di Francesco Maricchiolo), Un Rêve a Versailles (Regia di Serena Viviani Siclari) e Embrasse Moi (Regia di Hristo Todorov) che ha ricevuto il Premio della Critica. Clementina Speranza è stata premiata dall’attore Aldo Toscano, protagonista del film “Sulfur Road”, ultimo lavoro di Michael Cavalieri. La giuria era composta da Nello Pappalardo, grande amico di Piero Iuvara ed esperto di cinema e teatro al fianco di Pippo Fava, da Lavinia Zammataro regista, sceneggiatrice e conduttrice, e dal regista Salvo Campisano. Sul palco Mary Lanzafame, moglie di Piero Iuvara. “A Piero piaceva scrivere le sceneggiature per i cortometraggi, sono quindi felice di questo evento. Sono felice che abbia vinto Clementina Speranza, la storia del suo documentario mi ha emozionata e sono certa che anche Piero applaude da lassù e sorride felice che abbia vinto una giovane donna”, ha affermato Mary Lanzafame. Durante la premiazione Clementina Speranza ha portato i saluti di Babak e ha aggiunto: “Sono molto contenta per questo riconoscimento assegnatomi, oltre che dalla giuria, anche dal consenso del pubblico. Il premio va alla storia di Babak, e desidero dedicarlo ai giovani iraniani morti in nome della libertà. Non mi piace pensare che siano morti invano e continueremo a ricordarli perché sono eroi contemporanei. Se Babak fosse rimasto in Iran sarebbe sicuramente morto come gli oltre 54 mila iraniani uccisi dagli uomini del Regime Islamico. Ancora prima della guerra, il 28 dicembre 2025, sono scesi nelle strade tantissimi giovani, giovani bellissimi, pieni di vitalità, di energia, chiedevano libertà e un futuro diverso, e per questo sono stati massacrati o arrestati, e quando ti arrestano, nelle carceri succede quello che è successo a Babak: si subiscono torture psicologiche e fisiche che lasciano danni permanenti. In questi ultimi mesi il regime sta impiccando tantissimi giovani e tantissimi ragazzi hanno protestato in piazza All Khan a Isfan, città di Babak, contro l’istallazione di un patibolo e per tentare di salvare alcuni coetanei dall’impiccagione. Quando si costruisce un patibolo c’è dietro un messaggio, destinato a sostituire la speranza con la paura, il coraggio con il silenzio e il domani con l’incertezza. Ogni esecuzione inizia prima che la corda venga tesa, inizia nel momento in cui a una madre viene detto di prepararsi a un addio, inizia nel momento in cui il mondo vede ciò che sta accadendo ma decide di distogliere lo sguardo. Non possiamo permettere che le vite umane diventino un altro titolo di giornale sepolto sotto le notizie di domani. Non possiamo misurare l’umanità dalla velocità con cui andiamo avanti. Ogni persona che attende nella paura è il figlio di qualcuno. Il fratello di qualcuno. Il futuro di qualcuno. È compito di noi giornalisti raccontare”.
Sembra un paradosso se si pensa che tutto questo avviene proprio lì nella terra dell’antica civiltà persiana, lì dove sono nati i diritti umani con il Cilindro di Ciro il Grande, simbolo di tolleranza religiosa e dei diritti umani risalente al 539 a.C., scoperto a Babilonia e oggi conservato al British Museum di Londra.
Clementina Speranza ha collaborato circa 10 anni come giornalista con il Gruppo RCS Corriere della Sera e la sua passione è raccontare storie. Non era alla ricerca di una storia, come fanno tanti registi. “È stata questa storia a trovare me. Ho conosciuto Babak a una mostra a Milano – racconta Clementina Speranza –. Piano piano, sono venuta a conoscenza del suo vissuto, del suo arresto nel suo paese una ventina di anni fa, per aver partecipato ad una manifestazione pacifica, delle torture che ha subito, della fuga che ha effettuato dall’ospedale e del suo arrivo in Italia in un centro di accoglienza dove ha subito ottenuto lo stato di rifugiato politico. Poi la sua nuova e felice vita in Italia dove lavorava come modello, fotografo, pittore e traduttore per il Tribunale di Milano collaborando con. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza. Ma a seguito del furto di una valigia sul treno, a Colonia, decide di fare denuncia e la polizia lo arresta con l’accusa di avere dei documenti italiani falsi. E così non era: nel documentario viene ben spiegato e mostrato il documento dell’errore commesso dalla polizia tedesca e che nel frattempo, però, lo ha tenuto quasi 2 anni in ostaggio in un campo di rifugiati in Germania facendogli perdere il diritto alla cittadinanza italiana. Chi pagherà per i due anni di vita rubati per errore a Babak?
Sono state le ingiustizie da lui subite a convincermi a narrare la sua storia. L’ultima proprio il 4 agosto 2026, quando alcuni poliziotti tedeschi hanno fatto irruzione nell’alloggio in cui si trovava Babak, con l’anziana mamma e la sorella utilizzando metodi spropositati e parecchio aggressivi per risolvere questioni ordinarie. Sembrava un’irruzione della polizia iraniana in Iran: non si sono subito annunciati, ma lo hanno fatto solo dopo aver forzato la porta senza riuscire ad aprirla. Pertanto Babak e la famiglia si impauriscono viste anche le recenti aggressioni di iraniani. Solo in un secondo momento la polizia si annuncia e Babak, insospettito per lo strano modo di operare, chiama la centrale di polizia per accertarsi della presenza degli agenti. Una volta aperta la porta e appurato che il cane era in terrazza subito hanno preso violentemente Babak che era senza scarpe, nudo con solo gli slip. Questa volta ho visto tutto: ero in video chiamata. Si scoprirà dopo che la polizia era stata chiamata da un vicino tedesco perché sentiva parlare ad alta voce, ma la stessa polizia mette a verbale che al loro arrivo non hanno percepito rumori. Ma in Germania arrivano 6 poliziotti per la segnalazione non grave di un vicino che sente discutere in farsi? È tutto molto strano e siamo ancora tutti sotto shock, non riusciamo ancora a dormire serenamente la notte, anche se Babak è stato rilasciato dopo qualche ora e dopo un colloquio con il giudice. Proveremo ad agire legalmente, seppure in Germania è difficile, anzi pressoché impossibile, trovare un avvocato che agisca contro la polizia. Non è normale che non si riesca ad avere tranquillità e sicurezza neanche tra le mura domestiche. E che gente perbene che dovrebbe essere tutelata e protetta anche all’estero, continua a subire soprusi. Non è normale che la polizia continui a sbagliare e a non essere ritenuta responsabile dei danni che provoca. Babak è un mediatore di pace, un artista, credo abbia già avuto una vita difficile e abbia tutto il diritto di vivere sereno dedicandosi al sociale e all’arte”.
Il nuovo alloro vinto da Stai fermo lì al terzo Memorial Iuvara si aggiunge ai diversi riconoscimenti tra i quali: il Premio per la Pace rilasciato dall’Ambasciata Svizzera, Miglior Film Cine Migrare, Premio USSI (Unione Stampa Sportiva Italiana) con una menzione speciale, Special Prize Trapani Film Festival e Bimonthly Winner Monza Film Festival (Honorable Mention) e al Festival svoltosi in Corea del Sud, presso il Museo d’Arte Moderna di Ulsan, dove era sottotitolato in coreano.





