Una stanza insonorizzata, attrezzata con microfoni e cuffie professionali all’interno di un istituto penale, può diventare il confine sottile tra un passato da dimenticare e un futuro da scrivere. Succede all’IPM (Istituto Penale per i Minorenni) di Acireale, dove è nata la “cella di registrazione”, uno studiolo fortemente voluto e realizzato dalla cooperativa CCO (Crisi Come Opportunità), una realtà virtuosa che opera in sette istituti minorili su tutto il territorio nazionale per offrire ai giovani detenuti percorsi concreti di riabilitazione artistica e professionale.
È proprio in questo spazio che ha preso vita “Notte Loca”, il brano d’esordio di Beny17, un giovane di seconda generazione di origini marocchine ma cresciuto in Sicilia. Alle spalle una storia segnata da piccoli furti ed errori, davanti a sé, la scoperta improvvisa di una straordinaria capacità di raccontarsi a ritmo di rap. Il pezzo, caratterizzato da sonorità fresche e ritmi decisamente estivi, parla di una notte spensierata e di un amore lontano. Sotto la patina della leggerezza pop, però, si cela il motore più profondo della cultura hip-hop, il bisogno viscerale di esprimersi, di tradurre in parole il proprio vissuto e di intravedere, attraverso la musica, una concreta possibilità di cambiamento.

Il percorso che ha portato Beny17 fuori dalle mura dell’istituto, fino a salire sul prestigioso palcoscenico del Teatro Bellini di Adrano per l’edizione 2026 del Champions Sing, ideato e condotto da Giuseppe Cantarella, è il frutto di un delicato e prezioso lavoro di squadra. Come spiega il cantautore e rapper Maurizio Musumeci, alias Dinastia, responsabile dei laboratori all’interno dell’IPM per conto di CCO:
«Ci siamo resi conto fin da subito che si trattava di un brano radiofonico di grande potenziale. Abbiamo quindi chiesto al direttore se fosse possibile portarlo fuori, in giro. La musica è diventata così lo strumento effettivo di un riscatto».
Il progetto ha trovato terreno fertile grazie al clima di profonda sinergia istituzionale che caratterizza la struttura di Acireale. Il direttore dell’istituto, dott. Girolamo Monaco, è riuscito nel difficile compito di costruire un equilibrio perfetto e una fiducia reciproca tra il corpo degli educatori, gli agenti di polizia penitenziaria e i ragazzi. Una fiducia che si riflette nell’alto valore rieducativo dei percorsi offerti:
«Il carcere è parte dello Stato, è dentro lo Stato ed è sottoposto alla Costituzione e alle leggi che mettono la persona sempre al primo posto. In questo IPM il nostro obiettivo è trasformare la mancanza e la perdita in risorsa. Dico sempre che le più belle poesie d’amore sono state scritte in carcere, proprio come sublimazione della mancanza. Dalla riscoperta del valore della persona si può ripartire, affinché la giustizia sia davvero curativa e colmi i vuoti accumulati nel corso della crescita».
Negli IPM la rieducazione assume un ruolo centrale e si realizza non solo attraverso i laboratori interni, ma soprattutto tramite il contatto con l’esterno e la progressiva responsabilizzazione dei minori. All’istituto di Acireale il lavoro e la formazione sono pilastri quotidiani: oltre alla musica, i ragazzi sono impegnati in corsi di cucina, di barberia e in attività artigianali d’eccellenza, come i laboratori di liuteria. Molti di loro, grazie alle misure previste dall’articolo 21, escono regolarmente per lavorare sul territorio, inseriti in pizzerie locali o in ditte edili, sperimentando sul campo i valori dell’autonomia e della legalità.
Il contrasto della vita detentiva: tra burocrazia e privazione. Mentre il brano di Beny17 ha seguito un iter formale ed è stato regolarmente registrato alla SIAE grazie a un laboratorio guidato da professionisti, la realtà quotidiana dei ragazzi si scontra con forti privazioni tecnologiche. I giovani detenuti, infatti, non hanno la possibilità di ascoltare la musica liberamente poiché non possiedono una radio; hanno a disposizione un televisore, ma senza l’accesso ai normali canali di informazione e intrattenimento. In questo contesto di isolamento mediatico, la “cella di registrazione” diventa l’unica, vitale finestra di espressione sul mondo.
La storia di Beny17 dimostra come l’arte, se supportata da istituzioni illuminate e dal terzo settore, possa scardinare i circuiti della marginalità. Il rap, nato originariamente nelle periferie del mondo per dar voce a chi non l’aveva, torna così alla sua missione originaria… offrire una seconda chance a chi ha scelto di trasformare i propri silenzi in parole e musica.






