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Home » Paternò » Paternò. Il complesso architettonico dei “Cappuccini” sulla collina storica

Paternò. Il complesso architettonico dei “Cappuccini” sulla collina storica

Francesco Giordano Di Francesco Giordano
20 Luglio 2018
in Paternò
Tempo di lettura:5 minuti di lettura
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Paternò. Il complesso architettonico dei “Cappuccini” sulla collina storica

Il complesso conventuale dei Cappuccini (immagine dalla guida turistica di Paternò)

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Il secentesco edificio, trasformato in cimitero, malgrado incuria e degrado conserva ancora interessanti testimonianze artistiche, una misteriosa epigrafe ancora indecifrata e l’indelebile fascino di un luogo carico di storia

Nell’altura meridionale della Collina di Paternò. nascosto nel cimitero monumentale, si trova ancora il piccolo complesso conventuale dei frati Cappuccini, costituito da un convento con chiostro e da una chiesa. È un monumento sconosciuto ai più e offre interessanti testimonianze storiche e artistiche della civiltà che nei secoli scorsi rese importanti questi luoghi. Per studiosi, turisti e curiosi una visita a questo sito è consigliabile in qualsiasi periodo dell’anno, poiché essendo inglobato nel cimitero è fruibile in coincidenza coi giorni e orari di apertura.

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Il convento

Il prospetto ovest del convento dei Cappuccini

Al convento si accede dall’ingresso del cimitero nel piano delle Grazie, esso venne costruito nel 1610 nel luogo allora chiamato Belvedere (forse sullo stesso sito su cui sorgeva il monastero medievale di San Nicolò dei Lombardi (XII sec.) dopo una tenace insistenza dei paternesi, il personale desiderio del principe Don Antonio Moncada signore di Paternò e con  l’autorizzazione di fra Lorenzo da Brindisi, all’epoca ministro generale dell’Ordine dei Cappuccini e oggi santo e dottore della Chiesa cattolica. In realtà si trattava di un ritorno dei Cappuccini dopo l’abbandono del primo convento cinquecentesco delle Salinelle, lasciato per l’aria malsana. Alla data dell’insediamento – raccontano i cronisti – una fumarola vulcanica nei pressi del convento smise “miracolosamente” la sua pericolosa attività.

Qui i frati svolsero santamente il loro servizio religioso fino all’Unità d’Italia, quando conseguentemente alle leggi eversive del 1866 e 1867 l’edificio con la sua silva  (il terreno esterno) fu incamerato dallo Stato italiano, la chiesa annessa fu adibita a cappella cimiteriale e i frati dovettero andarsene. Dopo alcuni anni si trasferirono fuori dalla città nell’attuale convento dell’Annunziata, costruito tra il 1904 e il 1905. Oggi il complesso dei Cappuccini del Belvedere presenta lo scempio conseguente alla sua trasformazione in camposanto comunale, a ciò si aggiungono decenni di incuria e degrado che caratterizzano lo stesso cimitero monumentale. Malgrado ciò una visita è comunque consigliabile.

Il complesso dei Cappuccini si conserva intatto nelle sue strutture architettoniche e, come detto, è costituito dal piccolo convento e dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il cenobio ha la tipica pianta quadrangolare con al centro un piccolo portico con chiostrino, al piano terra si trovano il refettorio e una cappella, al primo piano lungo stretti corridoi si affacciano le minuscole celle dei frati, purtroppo oggi adibite a tombe private. Su una parete sotto il portico si può ancora osservare un grande dipinto raffigurante la Madonna di Gibilmanna, e al centro del chiostrino si trova  ancora un vecchio albero di bergamotto, qui già nel Settecento, quando vi abitò padre Michele un frate morto in fama di santità e di cui parleremo dopo. Sulle pareti est e nord del chiostro resistono due rustiche meridiane solari, e murata a un parapetto una interessante epigrafe su pietra  bianca a cui dedichiamo in questo studio un particolare approfondimento.

Lungo le scale in pietra lavica che portano al primo piano dell’edificio sopravvivono e ci accompagnano delle coloratissime pitture di santi: San Giuseppe con bambino, un’estasi di San Francesco e Santa Barbara, lavori del XVII-XVIII secolo di fattura popolare e oggi in totale abbandono; un ambiente particolarmente suggestivo è il refettorio (oggi adibito a cappella sepolcrale dei frati), al suo interno si conserva bene un affresco raffigurante l’Ultima cena. Trai piccoli corridoi, cellette, cappelle votive, malgrado la presenza pervasiva e ingombrante di loculi sepolcrali realizzati qui per pura speculazione economica, si respira ancora un’atmosfera mistica, resa ancora più affascinante dalla solitudine del luogo, dal  silenzio e dai panorami sulla città e sulla valle del Simeto che si possono ammirare dalle antiche finestre e finestrelle incorniciate dalla pietra bianca e lavica.

GALLERIA FOTOGRAFICA: IL COMPLESSO DEI CAPPUCCINI DI PATERNÓ

La chiesa di Santa Maria delle Grazie

La chiesa delle Grazie fu retta dai Cappuccini dal 1608 al 1866. L’originario edificio religioso era antecedente alla costruzione del convento francescano, si trattava dell’oratorio delle Grazie dell’omonima Arciconfraternita, così come riporta la Giuliana della Matrice. La chiesa attuale, che ha subito diversi interventi di restauro (dalla ricostruzione a seguito del crollo causato dal terremoto del 1693, fino a quello degli anni ’70 del Novecento) appartiene anch’essa al Comune ed è stata data in concessione ai frati di Paternò. Con la sua facciata caratterizzata da due piccoli campanili barocchi, al suo interno conserva una grande pala d’altare forse tardo secentesca, raffigurante la Madonna Assunta con santi, questa è inserita in  un monumentale altare maggiore lavorato a intarsio realizzato nel 1710; negli anni ’80 del secolo scorso dall’altare fu trafugata la custodia del Sacramento, pregevole opera di ebanisteria che a diverse varietà di legno univa l’avorio, la madreperla e la tartaruga.

Il sobrio interno della chiesa conserva ancora la cantoria, un policromo apparato decorativo rococò, un Crocifisso del ‘700 e una statua ottocentesca di Sant’Antonio. Altri dipinti (di modesta fattura) sono invece conservati nel salone-cripta della nuova chiesa di San Francesco all’Annunziata in largo Assisi. Una discorso a parte merita un dipinto su tavola del ‘400 raffigurante la Madonna delle Grazie. Si tratta di un quadro che i frati della Collina tennero a lungo nel loro dormitorio, dopodiché fu collocato nella chiesa dove fu a lungo oggetto di culto e devozione popolare. La pregevole opera (oggi gelosamente custodita in un luogo segreto) si trovava nel primitivo edificio antecedente l’arrivo dei Cappuccini sul Colle.

La cripta

Nicchie allineate nella cripta della chiesa

Dal prospetto principale del tempio si scende nella cripta, essa è costituita da un ampio spazio longitudinale corrispondente per forma e dimensioni alla sovrastante chiesa. La cripta è abbastanza ben conservata, presenta un altare sovrastato da una  pittura murale, ormai quasi deleta, raffigurante la Madonna con le anime del Purgatorio; lungo le pareti laterali, delicatamente e curiosamente decorate con tinte pastello, si allineano ancora le nicchie che venivano utilizzate per l’essiccazione dei cadaveri dei frati defunti. A questo luogo si lega la leggenda di padre Michele Moncada, il principe fattosi frate cappuccino che visse la sua vita in preghiera e penitenza. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1765, alcuni testimoni oculari narravano di aver visto più volte padre Michele inginocchiato davanti l’altare dopo essere sceso dalla sua nicchia dove era stato posto per il rito dell’essiccazione. Vera o falsa che sia, questa storia che i più anziani raccontano ancora oggi, conserva indubbiamente un fascino inquietante; inquietante come la “campana dei Cappuccini” che in piena notte i paternesi sentivano suonare dopo che i frati dovettero abbandonare il primo convento delle Salinelle.

L’epigrafe dei Cappuccini

L’epigrafe dei Cappuccini

Risalendo nel piccolo chiostro del convento, oltre l’antico albero di agrumi (che  dopo secoli fiorisce e fruttifica ancora), l’affresco della Madonna di Gibilmanna che sembra invitare a una preghiera e le due meridiane solari ormai consumate dalle intemperie, merita particolare attenzione un reperto molto interessante: un’epigrafe su pietra, murata nel parapetto del passaggio sopra il portico che collega il convento al coro della chiesa. L’epigrafe (alla quale dedichiamo a parte uno studio più approfondito cliccando sull’approfondimento sotto) è incisa su un blocco pressoché rettangolare di pietra bianca del Simeto, e riporta un testo in latino con alcune parole scolpite in carattere misto e per certi aspetti bizzarro quanto originale. Fu studiata agli inizi dell’800 dallo storico paternese Placido Bellia, un frate conventuale che considerò l’epigrafe come prova della sepoltura sul Colle di Paternò dello schiavo Euno, il protagonista della prima guerra servile in Sicilia, una tesi che in realtà solleva molti dubbi. Cliccando sotto un ampio testo su questa

APPROFONDIMENTO: L’EPIGRAFE DEI CAPPUCCINI

 

Tags: cappuccinichiesacimiteroconventoepigrafein evidenzamonumentopaternò. complesso
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L'epigrafe dei "Cappuccini" di Paternò

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