Fabio Garofalo aveva 18 anni e viveva a Santa Maria di Licodia. Era un ragazzo impegnato nel volontariato con l’Azione Cattolica della parrocchia, dove prestava assistenza agli anziani del paese. Studiava, frequentava gli amici e conduceva una vita normale, lontana da qualsiasi contesto mafioso.
La sera del 1° agosto 1993, intorno alle 22.30, si trovava nella sala giochi “Papillon” quando un uomo con il volto coperto da un passamontagna fece irruzione nel locale aprendo il fuoco contro il figlio sedicenne del titolare, ferendolo gravemente. Durante la fuga il killer si trovò davanti Fabio e gli sparò un colpo di pistola al volto da distanza ravvicinata, uccidendolo sul colpo. Il giovane non era il bersaglio dell’agguato: fu assassinato soltanto perché testimone involontario di quanto stava accadendo.
Le indagini si svilupparono in un clima segnato dalla paura e dall’omertà, che inizialmente rallentarono l’accertamento delle responsabilità. Solo nei mesi successivi gli investigatori ricostruirono il movente dell’agguato, chiarendo che l’obiettivo dell’azione criminale era il titolare della sala giochi. Nel gennaio 1994 venne arrestato l’esecutore materiale dell’omicidio.
Il delitto si consumò in una delle fasi più drammatiche della storia repubblicana. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992, il 1993 fu segnato dagli attentati di via dei Georgofili a Firenze, di via Palestro a Milano e dagli attacchi alle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Mentre l’attenzione nazionale era concentrata sulla strategia stragista di Cosa nostra, in molti territori la criminalità continuava a imporre il proprio controllo attraverso estorsioni, intimidazioni e regolamenti di conti.
Secondo il Coordinamento, l’omicidio di Fabio Garofalo rappresentò anche un momento di svolta per il territorio etneo. La brutalità del delitto contribuì infatti a incrinare il clima di paura che gravava da anni su commercianti e imprenditori. Nei mesi successivi numerosi operatori economici decisero di denunciare il sistema estorsivo, collaborando con gli investigatori. Quelle testimonianze permisero di ricostruire l’organizzazione criminale attiva tra Santa Maria di Licodia, Paternò, Belpasso e Biancavilla e portarono, il 29 giugno 1994, a una vasta operazione dei Carabinieri che smantellò una rete estorsiva riconducibile alla cosca di Giuseppe Pulvirenti, detto “u Malpassotu”.
Per lungo tempo la vicenda di Fabio Garofalo è rimasta confinata alla memoria del suo territorio. Negli anni, grazie all’impegno del fratello Antonio Garofalo, quella tragedia è diventata occasione di incontro e riflessione con migliaia di studenti, contribuendo a far conoscere una pagina della storia italiana troppo spesso dimenticata.
In occasione del trentatreesimo anniversario, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani lancia inoltre la proposta di istituire il progetto nazionale “Il futuro che ci è stato sottratto”, destinato agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. L’iniziativa prevede un percorso di ricerca attraverso documenti d’archivio, atti giudiziari, fonti giornalistiche e testimonianze dirette per ricostruire non solo la biografia delle vittime innocenti della criminalità organizzata, ma anche il futuro che avrebbero potuto costruire se la loro esistenza non fosse stata interrotta dalla violenza.
L’obiettivo è invitare gli studenti a riflettere sul patrimonio di competenze, relazioni, idee e opportunità che ogni vittima avrebbe potuto restituire alla società, spostando così l’attenzione dal solo racconto del delitto alla dimensione della perdita collettiva.




