L’8 gennaio 2015 ci fu un’operazione denominata ‘Aemilia’ che vide impegnati i Carabinieri del Comando provinciale di Modena, insieme a quelli di Parma, Piacenza e Reggio Emilia. I militari dell’Arma eseguirono un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del tribunale di Bologna, su richiesta della locale Dda, nei confronti di 117 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, omicidio, estorsione, reimpiego di capitali di illecita provenienza, riciclaggio, usura, emissione di fatture per operazioni inesistenti, trasferimento fraudolento di valori, porto e detenzione illegali di armi da fuoco, danneggiamento e altri reati, aggravati dal metodo mafioso. Furono arrestate 160 persone tra Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia, per i reati, tra gli altri, di associazione mafiosa, estorsione ed intestazione fittizia di beni e il cui iter giudiziario ha già avuto da parte della Corte di Cassazione conferma della sentenza di condanna per oltre 70 posizioni.
Per rammentare meglio quella vicenda si richiama il noto dialogo citato nell’ordinanza del Gip tra due indagati: «È caduto un capannone a Mirandola», dice il primo. Il secondo «ridendo risponde: eh, allora lavoriamo là… ». La conversazione intercettata era del 29 maggio 2012, il secondo giorno del sisma emiliano. La telefonata fu alle 13.29, la scossa devastante, annota l’ordinanza era stata alle 9.03. I due indagati erano ritenuti tra gli organizzatori dell’associazione a delinquere di stampo mafioso, contestata nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta Aemilia. I due avevano «contatti e rapporti d’affari» con la Bianchini Costruzioni, azienda coinvolta nell’indagine.
IL PROVVEDIMENTO ODIERNO
Adesso, in data 14 giugno 2023, su delega del Tribunale di Bologna – Sezione Misure di Prevenzione, il Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (S.C.I.C.O.) della Guardia di Finanza, con la collaborazione dei Nuclei PEF di Reggio Emilia e Mantova, ha dato esecuzione ad un provvedimento di confisca di prevenzione nonché all’applicazione della misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di P.S. per anni 5, emesso dalla citata Sezione specializzata del Tribunale felsineo nei confronti di un imprenditore di origine calabrese, ritenuto attiguo alla cosca di ‘ndrangheta GRANDE ARACRI.
In particolare, nel dicembre dello scorso anno erano stati sottoposti a sequestro beni e partecipazioni in 9 società, nonché disponibilità finanziarie, per oltre € 300.000. Le indagini per l’applicazione della misura di prevenzione personale e patrimoniale erano scaturite a seguito di una interdittiva antimafia, emessa dalla Prefettura di Reggio Emilia, nei confronti di una serie di società, operanti nel settore edile, riconducibili al citato imprenditore ed inserite, inizialmente, nel circuito delle imprese preposte all’opera di ricostruzione avviata successivamente all’evento sismico del 2012 che ha interessato le province di Bologna, Modena, Ferrara, Mantova e Reggio Emilia.
LE INDAGINI PATRIMONIALI
Alla luce del provvedimento interdittivo, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo aveva delegato allo S.C.I.C.O. una serie di approfondimenti, anche sotto il profilo patrimoniale, al cui esito era emersa, da un lato, una evidente sproporzione patrimoniale rispetto alla sua capacità reddituale lecita; dall’altro, la presenza di elementi significativi circa la pericolosità sociale dell’imprenditore in relazione all’asservimento delle sue attività economiche, con l’emissione di false fatturazioni e con l’assunzione della qualità di prestanome, agli interessi della cosca di ‘ndrangheta GRANDE ARACRI, sodalizio criminale operante nella provincia di Crotone (KR) con importanti ramificazioni anche in territorio emiliano.
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