Il mese di aprile registra un calo considerevole sul comparto industriale. La produzione continua a scendere da quattro mesi a questa parte. Il caro prezzi limita la capacità di spesa delle famiglie e si abbatte con forza sulle imprese: l’industria italiana è in difficoltà e la produzione crolla per il quarto mese consecutivo. L’Istat indica una flessione dell’indice destagionalizzato, che cala dell’1,9% rispetto a marzo, “con diminuzioni estese a tutti i principali comparti”. Il quadro è negativo anche su base trimestrale e su base annua, al netto degli effetti di calendario, si osserva una “caduta marcata” del 7,2%. Una contrazione tendenziale che risulta la più ampia da luglio 2020, quando la flessione era stata dell’8,3%.
I nuovi dati sono letti come “un campanello d’allarme” da Confcommercio che osserva come la crescita del Pii sopra 1’1%, prevista dopo l’ondata di revisioni al rialzo, sia un risultato «non scontato né già acquisito». Tanto più dopo la frenata della fiducia di famiglie e imprese registrata a maggio. Il rischio indicato dall’Ufficio studi è quello di un impatto negativo sulla Penisola delle difficoltà di Paesi come la Germania, oltre al peso dell’inflazione elevata e dei ritardi del Pnrr.
A gennaio di quest’anno era già stato lanciato un misconosciuto segnale: l’indice destagionalizzato della produzione industriale in Italia era diminuito dello 0,3% a novembre 2022 rispetto al mese precedente. Nella media del trimestre settembre-novembre il livello della produzione era calato dell’1% rispetto ai tre mesi precedenti.
L’OPNIONE
Da alcuni anni, con il Governo Conti, poi con quello Draghi e adesso con il Meloni, la potente – e chiaramente interessata in prima persona a quattro ganasce (salvo per chi non può o non vuole vedere) – propaganda politico-istituzionale-economico-mediatica-associativa e rispettive pletore di variegati “seguiti”, ha fatto persino credere a noi cittadini che basta un rapido e sostanzioso prestito (il Pnrr) per risollevare le sorti di una Nazione così, facendoci dimenticare che, se questa scommessa non dovesse vincersi, non solo ci aspettano “percorsi sconosciuti”, ma comunque i soldi andranno restituiti e, nessuno (ma figurarsi) ci sta dicendo ancora come.
Non è ragionevolmente solo un tempestivo prestito, per quanto anche cospicuo, che può risollevare le sorti di un individuo, azienda e comunità, se poi la mente non si disciplina (salvo non si si sia dei truffatori ma è un altro discorso). A maggior ragione per una collettività come la nostra Penisola, di tutta evidenza e notorietà quanto altrettanto dissimulato e mistificato, annosamente ammorbata trasversalmente, dagli scranni più alti fino all’ultimo strapuntino, nei parlamenti, istituzioni, burocrazia, ordini professionali e cosiddetta società civile, da ipocrisia, magniloquenza, insofferenza, cinismo, indifferenza, clientelismo, opportunismo, spartizione, commistione, arroganza, sprezzo, mercimonio, incontrollabilità e tanto panem et circenses pagato con i soldi pubblici. Se poi si aggiungono le, guarda caso, parallele “sommerse” mafie e innumerevoli delinquenze comuni sparse ovunque, non si può che concludere: fino a che dura.
E l’aspetto più inquietantemente paradossale è che non se ne può quasi neanche dibattere, poiché subito si viene additati di pessimismo o anche di motivazioni ideologiche avverse agli esecutivi di turno, addirittura le orecchie dei nostri governanti o amministratori del momento si offendono. Se non torna la ragionevole ragione in questa Nazione, di cui ci predicano nella nostra Storia (salvo che anche quella non sia una leggenda all’italiana), i nostri ragazzi un giorno, potrebbero, per un’eventuale disperazione (la cui causa saremo stati adesso noi adulti) invadere i cimiteri e distruggere le nostre lapidi, maledendoci.
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