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Home » Quel che le donne dicono » Volontariato e (in)gratitudine

Volontariato e (in)gratitudine

Pilar Castiglia Di Pilar Castiglia
2 Marzo 2018
in Quel che le donne dicono
Tempo di lettura:3 minuti di lettura
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Volontariato e (in)gratitudine
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Stare dalla parte delle vittime di violenza significa vivere con la loro altalena di emozioni e sopportare anche l’ingratitudine, sfaccettatura della violenza subita

Non c’è dubbio che il volontariato sia un’attività edificante per chi la svolge e non c’è dubbio che chi, come noi operatrici del Centro Calypso, fa volontariato, lo fa anche per se stessa, oltre che per aiutare le donne vittime di violenza. Non c’è dubbio, però, che il fare volontariato ha anche il rovescio della medaglia e questo rovescio della medaglia è, non ho difficoltà a dirlo, l’ingratitudine. Perché dico questo?  Perché la cosa che ho rilevato durante tutti questi anni di volontariato presso il Centro Calypso è proprio l’ingratitudine delle stesse donne che aiutiamo nonchè dei loro familiari che spesso ci vedono come delle attaccabrighe.
Per carità, né noi, né tutte coloro che svolgono attività di volontariato nelle altre associazioni a tutela delle donne e dei minori non vogliamo che ci venga fatta una statua. Non vogliamo di certo che nessuno si prostri ai nostri piedi, ma ci piacerebbe ogni tanto sentirci dire che ciò che facciamo è apprezzato, compreso, considerato.

Ed invece, troppo spesso è tutto dovuto. È dovuto scriverci ad ogni ora del giorno e della notte su WhatsApp. È dovuto che noi rispondiamo al telefono sempre e comunque ed è dovuto che siamo disponibili nell’immediatezza anche quando non c’è un’emergenza. È dovuto assecondare qualsiasi richiesta, anche quelle che non sono nell’interesse delle donne stesse né dei loro figli. E se non lo facciamo, veniamo accusate di non essere abbastanza tutelanti dell’utente che si rivolge a noi. Per non parlare, poi, di quando le donne vittime di violenza tornano con il maltrattante. In questi casi, purtroppo tantissimi, diventiamo delle streghe e diventiamo quelle che le hanno convinte a denunciare, quando, al contrario, noi non convinciamo nessuna a fare niente, perché le donne devono essere consapevoli quando denunciano e devono essere pronte, se no non ce la possono fare.
Poi, non appena prendono di nuovo le botte, tornano sempre e qualcuna si scusa anche. Anche questo è vero e noi, malgrado tutto, le riaccogliamo e riprendiamo il percorso da dove lo abbiamo lasciato nella speranza che sia la volta buona che la donna si riesca a sganciare dal proprio carnefice.

Mi rendo conto che scrivo pensieri impopolari, pensieri scomodi, pensieri che ho la presunzione di dire appartengano anche alle mie colleghe operatrici del Centro, ma ritengo che parlare del fenomeno della violenza sulle donne significhi parlarne in modo completo, in modo reale per comprendere tutte le dinamiche che le riguardano.
E per fare questo, ritengo che a parlarne debba essere solo ed esclusivamente “chi è in trincea” e tocca con mano la fragilità, l’insicurezza, la rabbia di queste donne. Rabbia che spesso non è ben veicolata né contenuta e viene scaricata proprio su coloro che offrono loro un aiuto e a volte salvano la loro vita. Mi sono quindi convinta che anche l’ingratitudine e la pretesa è una sfaccettatura della violenza subita e, prima ancora, della personalità della donna che finisce in una relazione con un soggetto maltrattante.
Ormai, quando una nostra utente ci dice “grazie” ci stupiamo, perché siamo abituate all’ingratitudine e alla pretesa, a volte anche alla freddezza. Siamo abituate a ricevere messaggi in cui non si legge né “buongiorno”, né “buonasera”, né tantomeno “grazie”.

Il fatto che svolgiamo volontariato forse legittima alcune persone a trattarci diversamente da quanto farebbero con l’avvocato, lo psicologo, il pedagogista “a pagamento”. Tuttavia, se si ha nel dna la spinta di aiutare, non si può fare a meno di farlo, a maggior ragione perché se si salva un bambino dalla morsa di una famiglia violenta, un po’, consentitemelo, si salva il mondo.
E allora, fermo restando che non intendo generalizzare poiché, è giusto dirlo, ci sono anche utenti che invece comprendono l’importanza del nostro intervento, lo apprezzano e lo rispettano, io, quale presidente di Calypso, dico grazie alle mie adorate operatrici per ogni volta che con me hanno aiutato, ascoltato, assistito, salvato una donna, la quale, grata o non grata, se la si salva, è sempre una festa.

Tags: antiviolenzaBiancavillacalipsocentrogratitudinein evidenzaPilar Castigliaquel che le donne diconovolontariatovolontarie
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Pilar Castiglia

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Avvocata, Presidente del Centro Antiviolenza Antistalking "Calypso" di Biancavilla. Vicepresidente del Coordinamento Donne Siciliane e responsabile dell'ufficio legale dello stesso.

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