L’Indagine “12 apostoli” ha riguardato la comunità fondata dall’esorcista padre Stefano Cavalli, scomparso due anni fa
Si chiama “12 apostoli” ed è una operazione condotta dal Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Catania, coordinata dalla Procura distrettuale etnea, contro un’associazione per delinquere finalizzata alla violenza sessuale aggravata ai danni di minori perpetrata all’interno della congregazione religiosa “Associazione Cattolica Cultura ed ambiente” di Aci Bonaccorsi, nel catanese, e qualificati come azioni mistiche spirituali aventi valenza religiosa. La comunità, che conta circa cinquemila adepti, venne fondata da padre Stefano Cavalli, esorcista e parroco-rettore del santuario di Maria Santissima Ritornata di Lavina (Aci Bonaccorsi), morto due anni fa a 97 anni. Don Cavalli fu figlio spirituale di Padre Pio.
Quattro le persone destinatarie dell’ordinanza di misura cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Catania.
In manette sono finiti: Pietro Alfio Capuana, 73 anni; Fabiola Raciti, 55 anni (domiciliari); Rosaria Giuffrida, 57 anni (domiciliari); Katia Concetta Scarpignato, 48 anni (domiciliari). I 4 sono ritenuti responsabili di associazione a delinquere finalizzata alla violenza sessuale aggravata ai danni di minori.
L’indagine è stata avviata lo scorso anno, quando la madre di una ragazzina di 15 anni ha denunciato alla Polizia Postale di Catania gli abusi sessuali subiti dalla figlia all’interno di una congregazione religiosa, denominata “Associazione Cattolica Cultura ed ambiente” di Aci Bonaccorsi, fondata dal padre gesuita Stefano Cavalli, deceduto nel 2015, e oggi gestita da Pietro Capuana. La comunità, composta da circa 5000 persone, è un gruppo chiuso, con selezione d’ingresso ed organizzazione di tipo fortemente gerarchico, al cui vertice è posto il Capuana, affiancato da soggetti aventi vari incarichi direttivi, denominati “12 apostoli”.
All’interno della comunità, formalmente dedita alla vendita di prodotti agricoli coltivati dagli stessi adepti (con proventi per migliaia di euro mensili), venivano perpetrati, da tanti anni, atti di violenza sessuale ai danni di minorenni, qualificati come azioni mistiche e spirituali, aventi valenza religiosa. In occasione della denuncia, la mamma della minore ha consegnato uno smartphone in cui erano contenute conversazioni in chat, utili alle indagini, estratte in maniera forense dalla Polizia.
Successivamente, sono state identificate altre persone offese che hanno confermato gli abusi (talvolta risalenti negli anni), descrivendo lo stato di totale plagio esistente all’interno del gruppo, fondato su argomenti di carattere religioso (persuasione tanto forte da indurre anche alcune donne, madri di minori, a condurre consapevolmente le figlie all’interno del gruppo, nonostante le pratiche esercitate).
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Le investigazioni, sia di carattere tecnico (intercettazioni telefoniche), sia di natura tradizionale (appostamenti con rilievi fotografici), hanno consentito di accertare la sussistenza di una vera e propria associazione a delinquere, finalizzata alla violenza sessuale aggravata, composta oltre che da Capuana (che fruiva delle prestazioni sessuali), almeno da tre donne: Fabiola Raciti, Katia Scarpignato e Rosaria Giuffrida. Queste si occupavano stabilmente di reclutare le minori da sottoporre alle pratiche sessuali, vincendone le resistenze (le stesse convincevano le giovani che i rapporti con il Capuana non erano atti sessuali, bensì atti di “amore pulito” , “amore dall’alto”) ed organizzando dei veri e propri “turni” delle bambine presso l’abitazione dell’uomo, durante i quali le minori, oltre ad attendere alle svariate necessità dell’indagato (lavarlo, vestirlo, pulire la sua abitazione), dovevano soddisfare anche le sue richieste sessuali, talvolta in gruppo.
Le vittime, inoltre, erano costrette a sottoscrivere delle lettere in cui dichiaravano il loro amore per il Capuana, dichiarandosi espressamente consenzienti alle sue richieste sessuali. Allorquando le minori esternavano dubbi o non aderivano alle richieste dell’uomo e delle sue collaboratrici venivano tacciate di essere prive di fede in Dio e, talvolta, anche multate, con obbligo di pagamento di somme di denaro. Gli abusi venivano consumati oltre che all’interno dell’abitazione del Capuana, anche all’interno del cosiddetto “cenacolo”, luogo ove la Comunità si riuniva con cadenza settimanale per riunioni su argomenti religiosi, in occasione delle quali Capuana faceva delle “locuzioni” religiose, proclamandosi la reincarnazione di un Arcangelo.
Nel corso delle perquisizioni locali ed informatiche è stato rinvenuto numeroso materiale cartaceo ed informatico, tra cui moltissime delle lettere redatte dalle giovani, nonché il “registro” con gli elenchi nominativi di migliaia di adepti. Numerose le donne, minori e maggiorenni, vittime in questa vicenda che perdura da oltre 25 anni.









