Era il 2000 quando a Catania sfilò il primo storico corteo del Pride. Allora erano appena 100 persone, un piccolo nucleo di pionieri operanti in una città profondamente diversa. Oggi quella sfilata è diventata una marea umana, ma la sua essenza più profonda non è cambiata: il Pride rimane, prima di tutto, una festa e un momento di orgoglio vissuto senza doversi nascondere, in cui si grida al mondo che il corpo non deve essere una gabbia. Per comprendere appieno questa realtà, bisogna saper guardare oltre l’apparenza. Dietro i balli, la gioia ostentata, i sorrisi e il trucco vistoso dei partecipanti, si cela spesso una profonda sofferenza. Quel trucco marcato e quei colori sgargianti non sono un semplice gioco, ma una vera e propria armatura. Un velo colorato volto a nascondere le troppe lacrime versate in segreto, nel silenzio delle proprie stanze, prima di trovare il coraggio di scendere in strada.
È il dramma silenzioso di chi, costretto a nascondersi, non trova accoglienza nei propri punti di riferimento, dalla famiglia alla comunità, fino agli amici più stretti. Vivere la propria omosessualità nell’ombra si trasforma in una tragedia assoluta, fatta di sofferenza cronica, solitudine e paura del domani. Proprio da questi salti nel vuoto, spinti da un dramma interiore lacerante, la sofferenza dei singoli si fa collettiva e si traduce in lotta. Un’azione necessaria. La cronaca continua a ricordare il prezzo di questo isolamento, sfociante in bullismo e violenze efferate. L’ultimo, agghiacciante caso del padre che ha sparato al figlio omosessuale e alla madre ne è la prova più buia. Una tragedia immane che colpisce non solo un nucleo familiare, ma l’intera comunità. Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere l’indifferenza. La società intera ha il dovere morale di strutturarsi per aiutare le persone a star meglio, offrendo reti di supporto anziché barriere. Le istituzioni, le scuole e le famiglie devono diventare spazi di ascolto e comprensione dei diritti di tutti, partendo dal presupposto che gli esseri umani sono tutti uguali. Non esistono vite di serie B o affetti meritevoli di minor tutela. Per questo il Catania Pride non è stata una parata distratta, ma un atto politico consapevole. Il percorso ha previsto un corteo scandito da fermate specifiche per comunicare direttamente con la città, parlando ai cittadini per scardinare il pregiudizio. Una piazza intersezionale, capace di allargare lo sguardo alle ingiustizie internazionali, a partire dalla situazione in Palestina, ma che rimane intransigente sulla sicurezza dello spazio pubblico, respingendo persone violente o molestatrici.
A margine va detto che, a detta dei manifestanti, si sarebbero verificati momenti di forte tensione. I partecipanti denunciano infatti di essere stati bersagliati da insulti omofobi lungo il percorso del corteo, dove sarebbero stati rivolti slogan offensivi come “Fate schifo” e “Froci di merda”.




