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Home » Santa Maria di Licodia » Santa Maria di Licodia. Il modello “Sprar” che funziona

Santa Maria di Licodia. Il modello “Sprar” che funziona

Luca Crispi Di Luca Crispi
6 Luglio 2018
in Santa Maria di Licodia
Tempo di lettura:3 minuti di lettura
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Santa Maria di Licodia. Il modello “Sprar” che funziona
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Accoglienza e integrazione, alla base del successo del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati licodiese, dove di razzismo non c’è nemeno l’ombra

Storie di persecuzioni, di guerre, di accoglienza e di speranza. Storie che raccontano la crudeltà dell’uomo che si scaglia contro il suo simile. Storie di donne che vengono condannate a morte perché si rifiutano di chiudere una palestra a Kabul frequentata da altre donne. Yvii24 attraverso due speciali realizzati a Santa Maria di Licodia vuole raccontare l’esperienza positiva di accoglienza che dal novembre 2016 viene portata avanti dagli operatori dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che ospita uomini e donne provenienti da regioni “calde” del mondo. Racconti che vanno oltre la polemica, oltre la politica, oltre i possibili schieramenti salviniani vs renziani: un racconto di donne e uomini. Lo Sprar di Santa Maria di Licodia, gestito dalla cooperativa “Iride” guidata da Rocco Sciacca, ospita sul territorio licodiese 20 persone tra uomini donne e bambini, attraverso quella che è l’ospitalità diffusa, cioè quel tipo di ospitalità che si realizza presso abitazioni del territorio in cui queste persone vengono inserite sulla base di un accordo tra Governo nazionale, istituzioni e popolazioni locali.

Nello specifico, sono 4 le famiglie ospitate a Santa Maria di Licodia, dalle storie più disparate. Tra queste 2 famiglie siriane ai cui componenti è stato già riconosciuto lo status di rifugiati e che hanno fatto accesso in Italia tramite i cosiddetti “corridoi umanitari” ed altre 2 – una siriana ed una afghana – che si trovano oggi nello status di richiedenti asilo. Le prime due famiglie, già titolari di protezione internazionale, sono giunte a Roma direttamente da uno dei tanti campi profughi che sorgono in Libano, Turchia e Giordania. Da li, con l’aereo, sono stati trasferiti a Roma dove sono stati identificati e durante lo stesso giorno è stato concesso lo status di rifugiato. Successivamente, sono state trasferite a Catania per poi giungere a Licodia.

Le altre due famiglie, invece, sono sono giunte in Italia come migranti irregolari, a bordo dei cosiddetti “barconi della speranza” e dopo la loro identificazione all’interno di un Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo), hanno avanzato richiesta di asilo. La loro intenzione, come tanti, quella di raggiungere i paesi del nord Europa, dove possono ricongiungersi anche con altri componenti della famiglia già radicati nel territorio europeo e, magari, trovare una stabilità economica. Per loro, però, uno strano scherzo del destino, li ha fatti ritornare in Italia, in quanto “dublinati”, così si dice in gergo. I dublinati sono quei migranti che, per effetto del trattato di Dublino, vengono rispediti nello stato dove stati identificati per la prima volta attraverso le foto segnaletiche e le impronte digitali.

«Lo Sprar di Santa Maria di Licodia e più in generale questo tipo di accoglienza è una forma che sta funzionando» ci spiega il suo coordinatore locale, l’assistente sociale Giovanni Rasà. «Ci sono diversi tipi di Sprar, come quello che accoglie la famiglia, quello che accoglie il singolo, quello che accoglie i minori stranieri non accompagnati oppure le donne. Il modello Sprar funziona perché esiste una progettualità finalizzata all’autonomia di queste persone. Autonomia legata all’acquisizione della lingua, alla conoscenza del territorio, all’integrazione nel nostro Paese. L’integrazione è il nostro principale obbiettivo. Portiamo avanti anche azioni di accompagnamento sociale».

Un’equipe formata, oltre che dal coordinatore locale, anche dalla dottoressa Tiziana Tardo coordinatrice del progetto e responsabile dello Sprar Bronte, dalla psicologa Agata Patti, dall’educatrice Irene Sambataro, dall’insegnante di italiano Giusi Pappalardo, dal mediatore culturale Abdelilah Mounsabi e dagli operatori dell’accoglienza Sefania Nicotra, Salvatore Massara e Lorenzo Crispi, che in maniera ben rodata cercano di promuovere non solo l’inserimento scolastico dei minori, ma portano avanti anche diverse azioni di inserimento lavorativo dei soggetti adulti, senza tralasciare corsi interni di educazione civica, economia domestica e laboratori ludico-ricreativi per i minori. Il comune sovraintende al progetto Sprar. Sono infatti state attuate alcune azioni di tirocinio lavorativo presso aziende del territorio che hanno permesso, a chi ne ha preso parte, di poter avere una certificazione delle competenze spendibile su tutto il territorio nazionale.

Un modello Sprar, quello di Santa Maria di Licodia che funziona e che proprio in questi giorni è stato visitato, senza proclami, anche dallo scrittore Khaled Hosseini, autore tra i tanti testi del romanzo “Il cacciatore di aquiloni”. L’autore, la cui notizia della sua presenza in paese si era diffusa in sordina nei giorni scorsi, ha  incontrato una famiglia siriana, forse alla ricerca d’ispirazione per la scrittura di un nuovo capolavoro. Un quotidiano impegno al servizio dei meno fortunati, quello degli operatori dello Sprar, che attraverso la loro attività intendono alleviare la sofferenza di tante vite ormai senza futuro, definitivamente segnate dalla brutalità di una delle tante specie viventi che colonizzano questo fantastico mondo e che di “umano” ha solamente il genere scientifico.

 

Tags: assistenzaimmigratiimmigrazionein evidenzaintegrazioneSanta Maria di Licodiasistema protezione richiedenti asilo rifugiatisprar
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Luca Crispi

Luca Crispi

Giornalista pubblicista dal 2018, laureato in Economia Aziendale, ha sviluppato ed accresciuto la propria formazione professionale all'interno del mondo multimediale del giornalismo online. Predilige trattare argomenti di cronaca, politica e attualità

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