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Home » Cultura » Usi e abusi, nel passato, delle feste in Sicilia

Usi e abusi, nel passato, delle feste in Sicilia

Francesco Giordano Di Francesco Giordano
14 Dicembre 2018
in Cultura
Tempo di lettura:3 minuti di lettura
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Usi e abusi, nel passato, delle feste in Sicilia
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Se a Paternò si interveniva per rendere più morigerato l’uso della gola, in altre città della Sicilia le norme miravano a contenere i peccati di lussuria

In epoca tardo medievale, fino ai secoli XV e  XVI ed oltre, le feste religiose siciliane erano tutt’altro che un austero appuntamento puramente spirituale. Non tanto per gli elementi folcloristici e pagani che ancora oggi sono presenti in molte feste cattoliche, ma per varianti dei costumi che presentavano seri problemi d’ordine morale per l’autorità costituita, deviazioni che fanno apparire le feste religiose di oggi come autentici momenti di ingenuità sociale.
Così, non erano rari i richiami da parte del clero, tanto che spesso si faceva ricorso a consuetudini scritte ad hoc, autentici vademecum su ciò che si poteva e non poteva fare: raccolte di norme e, specialmente, divieti d’impronta fortemente ecclesiastica rivolti alla collettività intera di una città o di un territorio.

A Paternò ne troviamo un esempio nel Cinquecento con l’elenco de Li festi cumannati, che riguardava alcune norme di digiuno da rispettare. Esse erano state richieste da Beatrice Speciale signora di Paternò ad un non ben identificato vescovo di Malta “presidenti” della stessa città di Paternò, e nel quale si scriveva: “Li festi cumandati di chasquidunu annu secundu la relacioni e declaracioni di lu reverendissimu in Christu patrisignuri maystru in sacra pagina Episcupu di Malta, presidenti de la terra di Paternò, ad peticioni di la magnifica signura Beatrichi di Spiciali, incuminzandu da lu primu iornu di ginnaru […]”. Seguiva, quindi, un consistente numero di feste, che coincidevano coi giorni di digiuno e di magro.

Ma, se a Paternò si interveniva per rendere più morigerato l’uso della gola, in altre città della Sicilia le norme miravano a contenere i peccati di lussuria. Difatti, nella nostra Isola, il rapporto tra festa religiosa e sessualità era alquanto inquietante. Un’ambiguità del sacro che all’epoca aveva  nel travestitismo femminile il suo aspetto più scandaloso e che per noi oggi rappresenta una  interessante testimonianza di quella società. Le donne catanesi si travestivano per la festa di Sant’Agata, le palermitane durante il giovedì santo, le lentinesi in coincidenza della festa di Sant’Alfio e le donne di Palazzolo il martedì dopo la Pasqua.

Notizie più certe e dettagliate ci giungono dalla festa di Sant’Agata a Catania. Nella città etnea nei giorni 4 e 5 febbraio le donne sposate e nubili appartenenti perlopiù alla borghesia, avevano l’uso di uscire da sole, mescolarsi alla folla della processione, andare con chi volevano ed adescare uomini. Lo stesso Giovanni Verga, in una sua novella, descrive il loro abbigliamento: “un vestito elegante e severo, possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale copre tutta la persona e lascia scoperto solo un occhio per vedere”.

Per colpire tale malcostume nel “Liber cerimoniarum et ordinaciorum clarissimae civitatis Chataniae” del 1522, si introdussero alcune norme sul comportamento da tenere durante i festeggiamenti. Autore del Liber cerimoniarum fu don Alvaro Paternò, legato di Catania presso la regia corte, il quale denunciava i problemi derivanti dall’abitudine di uomini e donne di travestirsi per prendere parte alla processione. L’abitudine catanese era già stata condannata con un bando civico del 2 febbraio 1500, ma sicuramente non era stato sufficiente, tanto che nel testo di don Alvaro Paternò si legge: “portando cum tali gali donni et altri fimini per la mano ki non canuxino cuj essendo cussì stravestito et stracangiato si mecti fra la calca di li donni et altri fimini ki ad ipsi sta di fari omni disonesta cosa […] cussì stravestiti multi si adunano di compangnia insiemi et fano et operano tali et tanti disonesti cosi et di tantu malu exemplu […] veni a diminujri et annullari tanta devocioni et honuri di dicta gloriosa sancta et cultu di lu onnipotenti dio”.

Ma, se la condanna per ogni trasgressione prevedeva la “confiscacioni di tucti beni loru”, lo stesso don Alvaro Paternò permetteva l’uso de li ochali, ovvero una sorta di velo a mo’ di maschera che copriva il volto.
Da questi documenti si evince come nel passato se le festività (specialmente il carnevale) erano rare occasioni per la gente -e specialmente per le donne sottomesse-, di uscire fuori dall’ordinaria ed ingessata quotidianità della morale vigente, le norme repressive, miranti nelle intenzioni ad arginare gli eccessi, il più delle volte, invece di essere applicate  restavano lettera morta sulla carta.

Tags: fedefestefolklorePaternòsiciliausi abusi
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