Il Procuratore Generale di Roma, Francesco Lo Voi, ha dichiarato che la mafia nel Lazio esiste. Nonostante i dubbi e le resistenze, la criminalità organizzata continua a operare, strutturarsi e adeguarsi. Questa affermazione è stata fatta nel contesto di un’operazione che ha portato all’arresto del sindaco di Aprilia, Lanfranco Principi, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, insieme ad altre 25 persone. È importante essere consapevoli di questa realtà – ha proseguito il Procuratore Lo Voi – nonostante le numerose operazioni di contrasto messe in atto. La mafia “c’è e continua ad adeguarsi ed operare” e si adatta alle nuove sfide e persiste ad esistere attraverso i metodi di sempre: infiltrazioni mafiose in appalti e servizi pubblici, voti in cambio di favori, ma anche usura, estorsioni e traffico di droga. Si tratta di “gruppi che hanno tutti le stesse caratteristiche di quelli che si trovano a Corleone, Partinico e in altri comuni della Sicilia e della Calabria”. Un dato importante da sottolineare, secondo il procuratore, “visti gli imponenti fondi del Pnrr e con il Giubileo alle porte”. Plauso agli inquirenti dalla presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo (Fdi), che sta procedendo alla richiesta formale per l’acquisizione degli atti dell’inchiesta di Aprilia, dove ieri all’alba c’è stato una maxi operazione antimafia all’alba ad Aprilia, in provincia di Latina. Venticinque le persone per le quali è stata eseguita la misura cautelare dell’arresto, tra cui il sindaco della cittadina, Lanfranco Principi, eletto nelle fila del centrodestra e ora ai domiciliari. Secondo le indagini della Dia e dei Carabinieri del Comando provinciale di Latina, coordinati dalla Dda di Roma, sarebbe emersa un’associazione mafiosa radicata nella città pontina, già in passato terra d’affari dei clan e ad alto tasso di infiltrazione mafiosa. Per gli inquirenti l’organizzazione controllava completamente il Comune di Aprilia, sia dal punto di vista economico-imprenditoriale che amministrativo. Un gruppo strutturato che aveva anche potere di intimidazione nei confronti della amministrazione oltre che rapporti con i clan Casalesi e Polverino.
L’OPINIONE
Probabilmente questa generale infiltrazione nel sistema civile e democratico italiano (con parallela commistione, corruzione, spartizione, omertà, mercimonio, assoggettamento, servilismo, spaccio, peraltro notoria quanto anche dissimulata da buona parte della trasversale politica, da destra a sinistra, centro e movimento, ma anche istituzioni, informazione, ordini professionali, associazionismo e cosiddetta società civile) forse, poteva arginarsi anche con quanto propongo da anni (in ultimo in un dibattito televisivo nel catanese – seconda parte), ovverosia la democratica partecipazione efficace del cittadino alla gestione della Cosa pubblica, quanto meno nel rispettivo Comune, ripristinando un Organo amministrativo intermedio tra la Magistratura e l’Amministrazione: l’allora “Commissione regionale (e provinciale) di controllo sugli atti degli Enti Locali, al quale il cittadino di sana volontà (sempre ormai più raro in quanto prevalgono orde di “campieri-gabellotti e massari” che intimoriscono se non anche minacciano “civilmente” e trasversalmente anche gli altri concittadini con rispettive famiglie nell’attività e lavoro) possa rivolgersi o per lui un consigliere di minoranza.
I mafiosi, come anche i corruttori, solitamente imprenditori senza scrupoli invischiati con il sistema pubblico-politico-sociale, anche quando proporrebbero, o peggio, obbligherebbero, un sindaco ad accettare certi “affari” di tutta evidenza loschi, questi, anche se ne fosse umanamente intimorito, potrebbe rispondere che lui il favore lo farà ma di certo il progetto sarà bocciato dalla Commissione Regionale (o provinciale) di controllo.
La Commissione di controllo degli atti amministrativi degli Enti fu rimossa nel 2001 dalla sinistra con la legge sul decentramento amministrativo, cosiddetta modifica del titolo V (una sorta di pre-Autonomia, legge recentemente approvata), a sua volta subito cavalcata dalla destra. Risaputamente quanto traviato, nella pratica, è stata la più longeva manciugghia costituzionale di Regioni, e a cascata, di Province, Comuni, Enti e Partecipate. Il “meglio” legalizzato che potevano “sognare” i nostri trasversali politici di sempre (senza distinzione di estrazione, età e genere) e rispettive pletore di “seguiti” (tra cui mafiosi e mercenari).
Poi però si addita gli elettori (i quali nel tempo quanto meno hanno percepito questa deviata situazione conclamatasi nello Stato) che non vanno più a votare, mentre, guarda caso, si edulcora sull’evidenza che ormai lo fanno trasversali “fiumane” irreggimentate del sistematico sistema. Una Commissione composta, a rotazione, sia da professionisti ma soprattutto da un Magistrato e tre Ufficiali delle nostre Forze dell’Ordine, sarebbe un ostacolo piuttosto arduo da superare per mafiosi e corruttori. Non ripristinare quest’Organo di controllo è tuttavia eloquente della reale interiore mentalità nello Stato italiano.






